Penalmente immacolata
Poletichette #202
Sigla
“È cominciata una nuova primavera” dice il segretario CGIL Landini commentando la vittoria del NO al referendum, un po’ poeta e un po’ attento al calendario. Eppure qui a Roma, e in tutto lo Stivale, il termometro dice autunno. Ma a cadere non sono le foglie, bensì membri della maggioranza di governo.
Lunedì pomeriggio, intorno alle ore 16, il risultato era già delineato: il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia si è concluso con una netta bocciatura della proposta del governo.
Il “No” ha ottenuto il 53,3% dei voti, mentre il “Sì” si è fermato al 46,7%. Affluenza altissima al 59%, un dato che in teoria avrebbe dovuto premiare il Sì (parola dei sondaggisti), e invece NO.
Ci risparmierei l’analisi minuziosa del dato, visto che da una settimana non si parla d’altro, ma concediamoci qualche highlights e relativi spunti di riflessione.
Si è data ampia importanza al voto dei giovani, che hanno preferito ampiamente il No. In realtà il Sì ha avuto la meglio solo nella fascia di età 50-64 anni.
Resta comunque il fatto che a questo voto il peso dei giovanissimi si è fatto sentire, considerando che la fascia 18-34 anni è quella che ha fatto registrare l’affluenza più alta.
A questa tornata, dunque, l’elettorato più giovane viene coccolato, in particolar modo da sinistra ovvero lo schieramento che sta cercando di capire come raggiungere questo medesimo risultato alle prossime elezioni politiche. Un’idea che mi sentirei di dare è quella di ricordarsi di questa “spinta dei giovani” anche nel prossimo futuro.
Ricordarsene, ad esempio, quando succedono fatti come la manifestazione di Torino lo scorso 31 gennaio. Le immagini del poliziotto “martellato”, le immediate reazioni di condanna anche da sinistra (quello sopra è un post della pagina ufficiale del PD), senza una parola sui motivi di una manifestazione e senza un cenno ai suoi partecipanti pacifici (come sempre i più numerosi e i primi a sparire dal racconto dei media). Per poi scoprire che buona parte di quella narrazione anti-manifestanti era montata ad arte.
Per intercettare il voto dei giovani, insomma, bisogna smettere di andare dietro alle derive securitarie e reazionarie della destra di governo. Tra i rischi c’è quello di risultare meno istituzionali perdendo qualche punto percentuale tra le fasce di età più mature, ma per imporsi bisogna operare delle scelte (cosa in cui il PD non eccelle).
Prossime elezioni
Il voto referendario non può essere letto solo come una precisa scelta di merito, a difesa della Costituzione, ma anche di forte critica al governo Meloni. Nel sud Italia ci sono state le percentuali di affluenza più basse, ma anche quelle più nettamente a favore del No. Da ciò un altro spunto: l’agenda politica del prossimo governo deve avere in cima la questione meridionale.

La vittoria del No arrivata attraverso un’affluenza così ampia, con solo 3 regioni in cui l’ha spuntata il Sì (Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia) e con tutte le grandi città ampiamente a favore del No, ha rappresentato un vero e proprio terremoto politico per il governo.
In tutte le grandi metropoli infatti si andrà a nuove elezioni tra quest’anno e il prossimo. Poi c’è il grande appuntamento delle politiche 2027 dove saremo chiamati a votare la composizione del nuovo Parlamento (e nel prossimo futuro vedremo con quale legge elettorale).
La prossimità del nuovo appuntamento elettorale (un anno è parente, almeno in termini politici, a dopodomani) ha proiettato tutti già nell’immediato futuro. Tra le fila dei vincitori un galvanizzato Giuseppe Conte si è già proposto di guidare il “campo largo”, introducendo il tema delle primarie. Più di una voce dal Partito Democratico ha fatto notare che è più giusto accordarsi prima su un programma che sul nome della o del leader.
Ma, ed è la prima volta che possiamo dircelo da 4 anni a questa parte, i problemi attualmente sono tutti della maggioranza di governo uscita sconfitta da questo referendum.
Dimissioni
La prima reazione di Giorgia Meloni è arrivata attraverso un video postato sui social in cui ha detto di rispettare il voto del popolo. Ma il non-detto è stato l’aspetto più interessante: un video scialbo, fatto in fretta e furia, privo di quella patina istituzionale che la premier ha saputo costruire così bene.
E poi le dimissioni. I primi sono stati il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove e la capa di gabinetto del ministero Giusi Bartolozzi. Del primo ricordiamo il caso Cospito, per cui è già condannato in primo grado per rivelazione di segreto d’ufficio, la presenza alla festa di capodanno in cui l’ex deputato Pozzolo s’è improvvisato pistolero, e la più recente bufera scatenatasi con l’inchiesta del Fatto Quotidiano che rivelato come Delmastro fosse entrato in società con la figlia 18enne di Mauro Caroccia, ristoratore condannato per intestazione fittizia con l’aggravante del metodo mafioso, considerato vicino al clan camorrista Senesi.
I suoi problemi con la giustizia li ha anche Bartolozzi, indagata per false informazioni al pubblico ministero in relazione al rimpatrio in Libia del generale Osama Almasri Njeem, accusato di crimini contro l’umanità. Ma paga soprattutto l’infelice affermazione detta durante la campagna referendaria “la magistratura è un plotone di esecuzione”.
La sera stessa Giorgia Meloni ha chiesto un passo indietro pure alla ministra del Turismo Daniela Santanchè, da mesi sotto pressione per i guai giudiziari in cui è coinvolta.
All'insaputa 🤷🏼♀️
Sigla È vero che non saranno milioni di euro, ma anche a noi tutti sono state lasciate delle cose nel testamento di Berlusconi (senza nemmeno dover aspettare che il notaio lo leggesse). Tra le tante una spiccata diffidenza per il lavoro della magistratura, il potere giudiziario brutto e cattivo che colpisce ad personam, mosso da odio e invidia. Lo stiamo…
Santanché ha resistito una giornata e poi ha accettato di dimettersi. Non lo avesse fatto sarebbe stata sfiduciata dal parlamento con una mozione richiesta dalle opposizioni, che sarebbe stata votata però anche dalla maggioranza.
Dimessa, ma a modo suo. Santanché non s’è fatta sfuggire la possibilità di avere l’ultima parola con una lettera velenosa indirizzata all’amica Giorgia. In questa sostanzialmente dice due cose importanti: è sbagliato che si dimetta nel mischione del referendum, visto che della sconfitta non ha colpa (e almeno su questo ha ragione); la sua fedina penale è immacolata, perché nei fatti non è mai stata rinviata a giudizio (ma essendo indagata per falso in bilancio, utilizzo improprio dei fondi covid per le aziende, aver imposto la cassa integrazione a dipendente senza che ne fossero a conoscenza… direi di lasciare tempo al tempo). Intanto sarà proprio la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ad assumere ad interim la guida del ministero del Turismo.
Infine sono arrivate le dimissioni di Maurizio Gasparri da capogruppo di Forza Italia al Senato. In questo caso pare che abbia pagato l’insofferenza di Marina Berlusconi, prima figlia dell’ei fu, le cui tasche tengono a galla il partito. Fallito il referendum, e quindi anche il sogno anti-magistratura del padre, Berlusconi avrebbe imposto un turn-over. Così un gruppo di 14 senatori del partito stava per inviare una lettera di sfiducia contro Gasparri, che però ha giocato di anticipo defilandosi. Il suo posto è stato già preso da Stefania Craxi, un’altra figlia dal cognome pesante.
Quattro dimissioni, non è poco ma potrebbe non essere tutto. A un anno dalle elezioni se qualcosa deve essere cambiato è meglio farlo adesso. Queste prime decisioni ci dicono che Meloni è piena di avere incompetenza intorno a sé, l’abbinamento uscite infelici + essere indagati pare essere diventata una condizione quantomeno sufficiente per il foglio di via.
I tagli in Forza Italia non sono finiti, tutta la vecchia guardia è nel mirino dei Berlusconi a cominciare dal leader Antonio Tajani.
Poi c’è la Lega, che per ora cerca di tenersi in disparte, ma che ha un chiaro problema di leadership, basti vedere i fischi presi da Salvini ai funerali di Umberto Bossi.
Letture
Cento anni fa nasceva Dario Fo.
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Social
Old but gold. Dieci anni fa un giovane autore di questa newsletter scrisse un tweet taggando Gasparri, citato in una lezione in Sapienza sulle strategia social e gli strafalcioni. Siccome era un altro mondo, e la fortuna quel giorno girava, Gasparri decise di dare un esempio pratico di epic fail rispondendo a quel tweet, sfottendo gli studenti e dimostrandosi persona assai permalosa. Ne seguì una giornata di tweet e controtweet che coinvolse praticamente tutto il dipartimento, e svariati articoli sul web. Va dato atto a Gasparri di non essersi sottratto alla battaglia (attività che certamente ha sempre preferito a quella parlamentare).
E niente, eravamo tutti più giovani e forse il mondo era un posto migliore. Di sicuro lo era Twitter.
Sigla











Il dato più interessante è la fascia 18 e 34 anni con l'affluenza più alta. Quando i giovani votano, il messaggio politico cambia direzione. Il problema è che la sinistra li celebra solo quando servono al risultato, poi torna a inseguire la narrazione securitaria per non perdere i moderati. Lo hai detto bene: per intercettare quel voto bisogna fare scelte, non accontentare tutti. Le quattro dimissioni in pochi giorni raccontano una cosa semplice: quando il consenso cala, la tolleranza verso l'incompetenza cala più velocemente. Vale in politica come in azienda.